Cascata del Timone
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La piccola cascata, “cascatella” nel dialetto cellerese, segna il punto di demarcazione tra il Timone di sopra e il Timone di sotto. Nei decenni scorsi essa rappresentava un importante punto d’abbeveraggio per le vacche lasciate pascolare allo stato brado. I pastori che si trovavano a passare sulla non distante strada della Gabella, conducevano i propri animali a bere nel laghetto formato dal salto dell’acqua.


Oggi che il numero di bovini allevati nella macchia è notevolmente diminuito rispetto agli anni passati, la cascatella, inserita nell’area boscata denominata Parco del Timone, si lascia apprezzare per la fauna e la flora che ospita, entrambe tipiche delle aree umide.


In prossimità della cascatella si trovano le antiche pompe idrauliche e la grotta Tiburzi, il famigerato brigante cellerese che in questi territori riuscì a nascondersi per oltre venticinque anni.


Le medesime acque scroscianti che formano la cascata, erano captate e canalizzate prima del salto, per alimentare un bacino artificiale poco distante. Le pareti, in parti ancora visibili, sono realizzate mediante un muro di tufo “a sacco” disposte a cerchio. Lo spessore murario è di notevoli dimensioni e questo fa presupporre che l’opera fu concepita per sopportare importanti spinte d’acqua.


Alcune fonti riportano che l’uso del bacino nei primi anni del Novecento era finalizzato come deposito per garantire un afflusso di acqua costante ai due idroelevatori situati nel piano inferiore del casotto delle pompe, venivano azionati con la semplice forza motrice sviluppata per caduta dall'acqua.


Esiste un’altra ipotesi che fa risalire l’origine del manufatto ad un’epoca più antica, e dimostrando la compatibilità dell’utilizzo per la lavorazione della canapa. Nella zona circostante in passato era molto diffusa la coltivazione della canapa ed ancora oggi esistono toponimi che lo ricordano, come la vicina Valle delle Canepare. Le piante dopo l’estirpazione erano sottoposte alla macerazione in acqua stagnante, essiccate al sole in fasci o mannelle venivano stigliate o decanapulate. Seguiva quindi la scotolatura ed infine la pettinatura. Dai cascami si ricavava la stoppa e le fibre, di vario colore e resistenza a seconda del tipo, per poter essere utilizzate nella fabbricazione di cordami e tessuti.


Per vedere ciò che riamane del bacino bisogna cercare tra la vegetazione nello spazio che intercorre tra la cascata e la grotta Tiburzi. In prossimità del salto della cascata si possono riconoscere i resti dell’antico sistema d’adduzione dell’acqua, mentre più a valle sulla sponda orientale si può individuare ancora un cunicolo voltato e sotterraneo utilizzato per scaricare le acque di lavorazione lungo il corso del torrente.



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